Mediazione culturale

Mediazione culturale

Museo o pista da corsa?

25 novembre 2012, Simon Spiegel

La cultura ha bisogno di mediazione. Quali sono, però, le modalità in cui ciò deve avvenire? In occasione del simposio «Mediazione! Più di una semplice ricetta.», organizzato dal Percento culturale Migros e da Pro Helvetia, specialisti di tutti i settori si sono incontrati per discutere sulle forme più adeguate e sui possibili effetti della mediazione. Un excursus sul frastagliato paesaggio della mediazione culturale.

Mediazione culturale: un nuovo concetto, dal nome non particolarmente seducente, che circola ora con una certa frequenza. Lo si associa a nozioni pesanti e didattiche, a un atteggiamento per certi versi «snob». Così vista, la cultura non sembra affatto un’esperienza di tipo sensoriale, ludica e gioiosa, bensì un bene difficile e complesso, per godere del quale occorre una guida. Non è certo questo l’ideale che perseguono i musei o i teatri nella loro attività di mediazione culturale e, a dire il vero, l’arte dipende sempre e comunque dalla mediazione. Non appena un’opera d’arte è resa accessibile al pubblico – che sia in forma di mostra, concerto, proiezione o pubblicazione – entra in gioco anche la mediazione culturale. Non è infine infrequente che l’opera stessa sia percepita come arte soltanto grazie alla mediazione.

Apprendimento: sin da piccoli

Le associazioni negative che tale concetto implica non sono tuttavia frutto del caso. «Solitamente, le istituzioni culturali non sono affatto compatibili con le persone a cui esse si rivolgono», così recita il verdetto poco lusinghiero espresso da Christoph Deeg in occasione del congresso «Mediazione!», tenutosi agli inizi di novembre al Badischer Bahnhof di Basilea. La manifestazione, organizzata dal Percento culturale Migros e da Pro Helvetia, è stata proposta come atto conclusivo del «Programma Mediazione Culturale» di Pro Helvetia. Con eventi quali il festival di danza internazionale Steps, il festival di musica pop m4music, come pure con il Migros Museum für Gegenwartskunst, la mediazione culturale è pane quotidiano per il Percento culturale Migros – pur se non sempre esplicitamente presentata con tale nome. Dal 2012, con l’entrata in vigore della Legge sulla promozione della cultura, la fondazione culturale svizzera Pro Helvetia è addirittura obbligata ufficialmente a sostenere i progetti di mediazione in tutta Svizzera. Tale mandato conferito dal legislatore è tuttavia espressione di un trend generale. Difatti, per quanto il concetto di mediazione culturale possa essere ingombrante, non è possibile prescindere dal medesimo. Non esiste nessuna forma di espressione culturale fruibile senza presupposti di sorta. Nei «casi notoriamente difficili», quali la pittura contemporanea o la musica seria, si evidenzia forse al meglio come la ricezione dell’arte non sia possibile senza alcuna conoscenza preliminare – ma questo, in fondo, è un discorso applicabile anche alla più semplice fra le canzoni per bambini. Alcune forme artistiche ci accompagnano semplicemente fin dalla più tenera età e ciò ci induce a non esser affatto consapevoli che un giorno dovremo imparare a relazionarci con esse in modo corretto.

Christoph Deeg, consulente di web marketing e social media marketing, ha sostenuto a Basilea una posizione particolarmente radicale. Egli ha perorato con fermezza la causa di una mediazione tra pari: «Se un’istituzione culturale intende instaurare un contatto con persone diverse, deve accettare la loro cultura come una cultura di pari grado. Una raccolta di immagini personali pubblicata su Facebook ha il medesimo valore di un’opera di Wagner.». Le pungenti affermazioni di Deeg non hanno probabilmente raccolto consensi ovunque. Non da ultimo, le sue argomentazioni hanno evidenziato le molteplici accezioni attribuibili a concetto centrale di «mediazione culturale». Difatti, quando Deeg descrive - quale esempio di mediazione tra pari - un progetto il cui obiettivo consiste nel trattenere in Germania giovani cittadini turchi ben istruiti, la sua concezione di «mediazione culturale» si palesa del tutto differente da quella di un museo che si prefigge avvicinare al pubblico l’opera di un ambizioso artista. L’asserzione che, in quest’ultimo caso, un dislivello debba necessariamente sussistere – poiché si tratta di trasmettere un sapere concreto di cui lo spettatore, per l’appunto, ancora non dispone – non è dunque fuori luogo.

La conoscenza di Amleto

Tuttavia, se la mediazione culturale è esclusivamente intesa come attività volta a sortire un determinato effetto sul destinatario, si cade velocemente in un'altra trappola: la necessità di commisurare tale effetto. Che l’arte arricchisca la nostra vita, che - nel migliore dei casi - essa sortisca un «effetto» molto potente, può difficilmente essere messo in dubbio. Tale effetto non è tuttavia razionalmente quantificabile. «Quando assisto ad ‹Amleto›, acquisisco un sapere molto specifico di cui posso appropriarmi solo attraverso ‹Amleto› » Questa è la tautologia con François Matarasso ha evidenziato la specificità dell’effetto estetico. Matarasso, nato come artista ma già da tempo attivo nella ricerca, si è fermamente opposto all’assoggettamento dell’arte o della mediazione artistica ad un diktat sul rendimento. «I politici vogliono che gli effetti siano definiti nel modo più chiaro possibile». Ma proprio in campo artistico, tali effetti non possono essere indotti. L’arte ha sì un effetto, ma non è mai quello perseguito. E, per la mia esperienza, il suo effetto è tanto maggiore, quanto più liberamente essa può manifestarsi».

Matarasso vede con scetticismo il tentativo di documentare l’effetto dell’arte e della relativa mediazione mediante una scienza «ferrea». Lois Hetland, ricercatrice nel Massachusetts College of Art and Design, si è prefissata proprio tale compito. Unitamente ai suoi collaboratori, Hetland ha esaminato, tra gli altri, i cosiddetti «effetti transfer», interrogandosi sulla misura in cui l’acquisizione di capacità artistiche possa ripercuotersi su altri settori. L’insegnamento musicale può forse determinare prestazioni migliori in matematica oppure la pittura può indurre una migliore comprensione della chimica? I risultati delle indagini della Hetland hanno spazzato via ogni illusione. Gli effetti transfer sono concretamente comprovabili solamente in pochissimi settori e, laddove lo sono, essi non sono particolarmente sorprendenti: si pensi, a titolo esemplificativo, alla constatazione che le lezioni di recitazione migliorano le abilità linguistiche.

L’abuso dell’insegnamento musicale

Per quanto diversi possano essere gli approcci di Hetland e Matarasso, i rispettivi risultati finali non sono molto divergenti. Anche la Hetland ha rifiutato il tentativo di fissare la qualità della mediazione artistica – nel suo caso, soprattutto della lezione d’arte a scuola – sulla base di presunti calcoli razionali. Proprio poiché gli effetti transfer misurabili sono minimi, un approccio del genere può solo andare a scapito dell’arte. La Hetland ha messo in guardia dalla snaturalizzazione perversa della lezione d’arte. «Non si deve abusare delle lezioni di disegno per insegnare meglio ai bambini la matematica».

Nel suo intervento, Andrew Holland – dal 1° novembre Direttore di Pro Helvetia - si riallaccia agli inizi del «Programma Mediazione culturale». «Ricordo ancora perfettamente il momento in cui, sei o sette anni fa, è spuntata all’orizzonte questa nuvola denominata ˂mediazione culturale˃. Improvvisamente, il nostro compito è stato quello di sostenere la mediazione». In quanto fondazione di portata nazionale, Pro Helvetia dipenderebbe dai partner locali, poiché la mediazione può svolgersi solamente in loco. «Ci occorre la collaborazione da parte dei comuni e cantoni». Holland si è nel contempo pronunciato a favore di una mediazione tra pari , pur ammettendo di aver provato sulla propria pelle, in quanto padre di un figlio piccolo, quanto ciò possa essere difficoltoso. «Recentemente mi sono recato con mio figlio di tre anni al Kunsthaus di Zurigo; lui non si è mostrato affatto interessato a quanto volevo raccontargli. Ha preferito invece scorrazzare nelle sale del museo».

Nel corso del proprio intervento, Hedy Graber, Direttrice degli Affari culturali e sociali della Federazione delle Cooperative Migros, ha spiegato che la mediazione ci insegna a mantenerci vigili. «Ci induce a interrogare costantemente l’arte, la cultura e le loro istituzioni. Ci attira su un terreno scivoloso, chiedendoci di mettere regolarmente in discussione anche il nostro operato in relazione a realtà sociali in costante evoluzione». La mediazione ci insegna così a prendere posizione. «Nessuno di noi vuole strumentalizzare l’arte. Eppure, per chi cerca e si interroga, non è sempre facile muoversi nel vasto campo della mediazione».

Apertura e dinamismo

Benché il «Programma Mediazione culturale» sia giunto alla fine, per Pro Helvetia il tema non è per nulla esaurito. Benché il «Programma Mediazione culturale» sia giunto alla fine, per Pro Helvetia il tema non è per nulla esaurito. Il prossimo marzo, comparirà sul web la pubblicazione dell’Institute for Art Education dell’Università delle Arti di Zurigo «Zeit für Vermittlung ( Tempo di mediazione)», ove saranno riassunti i risultati del programma. Per concludere, Holland – malgrado o forse proprio in virtù del deludente esito dell’esperienza avuta con il figlioletto – ha lanciato un appello in favore dell’apertura e del dinamismo. «Non lasciatevi opprimere da rigidi vincoli. Rimanete aperti anche in futuro a tutte le forme di mediazione».

Questa pagina
Percento culturale Migros Newsletter

Percento culturale Migros Newsletter

Ogni mese news interessanti e consigli per la cultura. Abbonati ora!

Pour-cent culturel Migros Youtube

Percento culturale Migros Youtube Channel

Scoprite il Percento culturale Migros su Youtube